sabato 31 gennaio 2015

Digital divide

Il termine digital divide è stato coniato per definire il gap nell’uso di tecnologie digitali (computer e internet) tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Come tutti le parole coniate in occidente, che si riferiscono alla propria “superiorità” rispetto al resto del mondo, ha una connotazione negativa. Noi siamo più avanti. Ma esiste ancora il digital divide o dovremmo parlare di digital diference?
L’Italia ha parecchi primati in Europa: il più basso numero di persone che usano internet, la più alta percentuale di smart phones di fascia alta e la più bassa di uso di applicazioni. In pratica gli italiani hanno gioiellini che costano un botto ma li usano come telefonini da 10 euro. Nel mondo la banda larga c’è poco, ma il numero di telefonini e computers ha superato il numero degli umani e si fanno molte cose. In Africa gli agricoltori controllano i prezzi delle derrate via cellulare per sapere quando andare al mercato a vendere.




Sono in un ristorantino vegetariano nippo-spagnolo (immaginare tapas giapponesi con influenze indonesiane: un miscuglio culinario da cartoni animati) con design eco-minimalista nipponico e management locale casinaro parecchio. Attraverso la strada ed entro in una scuola di computers piena di ragazzini. E’ la sosta del pranzo e vanno a una scuola privata. E' pieno di cavi volanti e le macchine non sono proprio di ultima generazione. Evidentemente i genitori pensano che conoscere come usare al meglio i computers possa servire loro per il futuro. Immagino che i nostri sappiano al più usare facebook sul telefonino pretendendo che sia la scuola a farsi carico di qualsiasi tipo di insegnamento. A parte forse la scuola di equitazione. Domanda: dove prevarrà la conoscenza digitale fra dieci anni?

Avevo un piano

Avevo un piano. Semplice e logico: poiché quello che si vede su internet è spesso diverso dalla realtà (diciamo che si nasconde il peggio e si esalta il meglio) il piano era di stare in albergo qualche giorno per avere il tempo di cercare una casa come si deve, in modo che nipotina e famiglia possano venire e stare con noi. Quindi due camere da letto. Essendo a Bali è ovvio che il giardino e la vista devono essere all’altezza (su terrazze di riso e jungla). Possibilmente con piscina. Il tutto vicino al centro per poter apprezzare i tanti ristorantini, passeggiare fra negozietti, rovistare tra quadri o vedere un ballo che si ispira al Ramayana. Essendo bassa stagione non si prevedevano problemi.
In realtà non è così semplice trovare quello che si vorrebbe, a un prezzo accessibile. Ho cambiato modo di cercare. Ho cercato un broker e sono andato in giro chiedendo ai tassisti finendo su strade minuscole e piene di fango. Alla fine i piani sono cambiati diverse volte. Il compromesso: ho trovato un albergo con camere disperse in mezzo alle risaie. Niente tv e internet in camera. Si legge e si ascolta musica. Email su telefono. E poi i film taroccati nuovissimi costano solo un euro.


Come mai la realtà è sempre lontana dalla pubblicità? Licenziate comunicatori e pubblicisti.


mercoledì 28 gennaio 2015

On the road again

Siamo stati a Jakarta una dieci giorni per influenza. Ora si riparte con i soliti riti: fare valige, raccogliere le mille cose in giro, organizzare biglietti - trasporto - hotel, cercare biancheria sporca in lavanderia, distribuire pesi in valige, organizzare logistica e tempi. Siamo pronti. Come è il traffico oggi? Quanto tempo servirà per raggiungere l'aeroporto? L'ultima volta siamo partiti quattro ore prima del bording ed abbiamo rischiato di perdere l'aereo. Voliamo AirAsia, un vettore low cost della Malaysia. Ne è cascato uno un mese fa. Al check-in una toccatina di palle è d'obbligo. È  mezzogiorno. Mangio un piatto di noodles fritti. In sala di attesa tutte le donne portano il velo. Alcune il burka. L'aereo somiglia a un grande bus con le ali: niente fronzoli, maggioranza della gente è in ciabattine e si fanno grandi salti tra gli strati di aria calda in quota. Tra uno zompo e l'altro tocco ferro. Arriviamo a Dempasar. Hanno finito di costruire il nuovo aeroporto che due anni fa avevano appena iniziato. L'autista ci aspetta e partiamo tranquilli come pasque. Mentre viaggiamo ci dice che c'è una villa in affitto in un'area che ci piace. Andiamo a vederla: è enorme, con piscine e una marea di stanze, fontane e quant'altro. Non ci sa dire il prezzo, ma visto che è in piena campagna, o meglio, giungla, non ce ne facciamo un cruccio. Arriviamo in albergo e finalmente possiamo andare in un ristorantino. Buona notte.




La camera in albergo.

martedì 27 gennaio 2015

Compra che ti compra

Secondo Confimprese nel 2014 i centri commerciali eccellenti in Italia erano 62. E solo 11 con tripla A. Nel 2013 a Jakarta c'erano 179 centri commerciali enormi. Tanto grandi che i più grandi centri italiani, tipo Roma 2, non ci fanno bella figura. Ogni centro commerciale ha tanto di quel marmo per terra e ovunque che può competere con san Pietro. In genere l'aria condizionata ti gela, che devi ricordarti di portare il maglioncino o la giacca. Il che vuol dire che ogni centro mangia tanta energia da far impallidire una fabbrica. 
Per vendere tanto c'e' bisogno di tanti soldi. In altri paesi del sud est asiatico obbedire al dio soldo ha portato a massiccia prostituzione, sfruttamento umano e minorile, degrado dell'ambiente, falsificazione di tutto, compreso gli alimenti. Ma quei paesi hanno religioni leggere, quasi filosofie (buddismo, taoismo, scintoismo...). L'Indonesia è musulmana. Qui per il momento queste cose non si fanno (a parte la corruzione che non sembra imbarazzare il profeta).


Ma la gente dove metterà tutte queste cose che compra? Io ho paura di comprare anche uno spillo per non trovarmi nell'imbarazzo di cercare un posto dove metterlo.


lunedì 26 gennaio 2015

La differenza del mattino

Il mattino tutto è migliore. La luce, l'umore, l'appetito. Mi sono sempre chiesto il perché di questa differenza, al di la delle risposte ovvie e stupide. Mi piace alzarmi presto. A Jakarta mi sveglio con i muezzin che cominciano le preghiere urlate con il buio dei tropici, alle cinque e mezzo. Questa mattina è speciale. E' il giorno dopo le votazioni in Grecia. Cerco notizie in internet. Tsipras ha preso il 36%. Riuscirà a cambiare il rapporto tra Grecia e EU? O come dicono i nazi di Alba Dorada niente cambierà? La gente comune del sud europa spera in un cambiamento. Sarà un precedente per l'Italia?

Sono uscito di casa e andato in un centro commerciale di qualità medio bassa. La mattina apre tardi e ora sono solo le nove e mezzo. Tutto è spento. Sembra il risveglio di una balena. La gente entra alla spicciolata. Ragazzi spazzano o mettono a posto vetrine. L'odore di fritto si insinua nei corridoi bui. Le scale mobili sono ferme. Le guardi mi guardano straniti e sorridono. Sono l'unico straniero in giro. Ritorno più tardi.

Sono tornato un'ora dopo. La differenza si vede.




venerdì 23 gennaio 2015

Realtà divergenti

Esiste una sola realtà: il presente. Tutto accade ora. E’ abbastanza ovvio. Anzi, oltre a quello che accade ora c’è un’altra realtà: quella nella nostra immaginazione. Quello che vorremmo che accadesse, che abbiamo pensato che accadrà o che abbiamo pianificato. La differenza tra il pensato e il presente è l’imprevisto. Per la proprietà transitiva, se quello che immagino non è reale non lo è nemmeno l’imprevisto. Quindi sono io che lo creo a mio uso e consumo.

Maria ha l’influenza, febbre e una brutta tosse. Si è autocertificata non trasportabile. Abbiamo cancellato la prenotazione a Bali e biglietti aerei. Ci muoveremo la prossima settimana. A questo punto possiamo scegliere tra essere incazzati per l’imprevisto o goderci tranquillamente quello che succede a Jakarta



giovedì 22 gennaio 2015

Budelli elettronici


Quando ero bimbo in paese c'era un solo meccanico. Era comunista in un paese democristiano. Era alcolizzato, ma di vino, che era la norma. Era bravo,ma la sua più grande bravura era il ritrovare qualunque pezzo in una officina che era puro caos. Di sicuro ogi non sarebbe stato a norma EU. Mi sono portato un cellulare da aggiustare. Da noi si sostituisce. Aggiustare costa di più. Qui no. 

Sono in un palazzo di cinque piani fatto di negozietti come questo. Sono in due a lavorarci. Ci si capisce in piggy English. Sono in ciabattine e fumano una sigaretta dopo l'altra. Lavorano con noncuranza sulle viscere a giorno di smartphones con componenti microscopici. Qualche scarafaggio attraversa di corsa la stanza sparendo tra resti di apparecchi. La globalizzazione farà sparire questi artigiani come ha fatto sparire i nostri? Ho speso un euro e mezzo, compreso il pezzo sostituito.



mercoledì 21 gennaio 2015

La prima volta di ...

C'è un libro che mi ha affascinato, dal titolo "il primo sorso di birra della giornata". Il titolo è geniale e parla del piacere della prima volta delle cose. Il libro meno e mi sono fermato a pagina venti.
Quando cambi posto c'è una prima volta delle cose, che poi diventa abitudine. Questi primi due giorni ho avuto parecchie prime (o ri-prime) volte:

  • Due ore e mezzo in taxi nel traffico bloccato con tutti che suonano inutilmente il clacson 
  • Fare la lotta con l'aria condizionata che se non c'è sudi, ma se c'è geli
  • Avere l'intestino che gorgoglia per quello che hai mangiato il giorno prima fino a farti imperlare di sudore la fronte
  • Lamentarti della imperizia dei locali nel fare molte cose 
  • Avere il bruciaculo per le spezie
  • Fare i conti della conversione dei prezzi in euro 
  • Ricordarti il nuovo numero di cellulare lungo il doppio del normale 
  • Portare il riduttore per la presa elettrica che altrimenti non attacchi nulla
  • Non portare la mantella cerata sapendo che sei ancora alla fine della stagione dei monsoni 
  • Scoprire che il numero che cerchi è sparito dalla rubrica del cellulare cambiando SIM
  • Essere il bersaglio di prezzi speciali "per turisti"



martedì 20 gennaio 2015

Ritrovarsi

Arrivati a Jakarta. Quando si sta in un posto per più volte ci diventa amico. Il senso del diverso tende a sparire e la nostra storia di vita riprende a sedimentare inglobandolo. Polarizzando qualsiasi esperienza in piacevole e spiacevole. I gesti della gente, gli sguardi, gli odori riemergono da un angolo di memoria e si ripropongono come familari. Le cose amiche danno sensazioni piacevoli che scorrono davanti agli occhi nelle vesti di autostrade illuminate, con palazzi di vetro che sfilano silenziosi nel piacere delle chiacchiere e dell'aria condizionata dell’auto. Sono venuti a prenderci tutti e tre: Mia, la nipotina, dorme. Si arriva a casa. Si tirano fuori i regali. Ci si scambia pezzetti di vita che si rintrecciano. Si mangiano i mango dolci perchè ora è la stagione. Poi la differenza diffuso orario e il poco sonno del viaggio ci avvolgono piano piano come una felpa calda e si entra nel sonno denso e appiccicoso della stanchezza.


venerdì 16 gennaio 2015

Saya bisa berbahasa Indonesia


Oggi la torre di babele sarebbe stata finita tranquillamente, senza i noti problemi di incomprensione linguistica (magari con qualche problema di corruzione per restare in linea con i tempi). Due anni fa avevo un traduttore Basa Indonesia - Italiano sul pad. Funzionava così così e traduceva testo scritto. un processo lento. il più grande successo è stato prendere una crema per le emorroidi in farmacia. In inglese non lo capivano. 
Oggi il traduttore di Google sul cellulare fa miracoli. Io parlo in italiano e lui traduce e dice con buona pronuncia la traduzione in forse quaranta lingue. Mostro un cartello, un menu, un giornale e traduce al volo. Non credo componga poesie, ma non cerco questo. Ho provato con le poche lingue che conosco e funziona! Posso anche dettare la punteggiatura e migliorare l’intonazione! Traduce anche parole come puzzone o cretino. 

Come disse clinton a Bush: è la connessione, stupido.


sabato 10 gennaio 2015

Give me a break


Ho viaggiato tanto in aereo. Tanto vuol dire che ho provato tutte le compagnie aeree serie e molte di quelle meno serie. Non intendo umoristiche. Intendo poco sicure come lo sono i voli interni di africa, asia e america latina. Ho viaggiato con velivoli militari e con mezzi privati. Ma da molti anni ho chiesto al mio ufficio di non farmi volare con Alitalia, visto i molti inconvenienti vissuti sia in volo che con i servizi a terra. Ma quando compro i biglietti con il mio portafoglio prendo i voli più economici, o quelli che partono a orari decenti da Roma. Alitalia spesso è tra questi.

Due mesi fa ho viaggiato Alitalia. Non ho potuto scegliere i posti online perché il sistema non funzionava (non lo ho mai visto funzionare). Ho dovuto affidarmi alla sorte per avere due sedili vicini. Hanno rifatto il check in all’imbarco e grazie al fatto che siamo arrivati con largo anticipo ci è andata bene. Questa volta mi organizzo per tempo. Il volo è Etihad, operato da Alitalia. Dal sito Etihad non si può scegliere i posti nella tratta operata da Alitalia. Quelli su vettore Etihad sono già stati riservati all’acquisto online. Chiamo Abu Dhabi. Rispondono subito ma mi dicono che non possono far nulla. Mi suggeriscono di chiamare Alitalia. Per scrupolo vado prima sul sito Alitalia. Non riconosce il programma di frequent flyer di Etihad (ma non aveva acquistato il 49% di Alitalia? E non sa che è un partner?); in compenso è disposto ad accettare almeno quindici altre importanti compagnie come Jet Airways. Non riconosce il codice di prenotazione. Chiamo il numero di supporto che trovo nel sito. Mi informa che è a pagamento e so che dovrò stare in attesa almeno 15 minuti. Non voglio regalare soldi per questi disservizi da terzo mondo. Tiro fuori l'italianità (nel senso di paraculaggine).Chiamo il terminal di Milano (sono più gentili dei colleghi di Roma). Mi fingo analfabeta digitale. Chiedo per favore di darmi un numero interno per fare la prenotazione. Si chiacchera del lungo viaggio. Del dormire in mezzo a due obesi. L’impiegato si commuove e mi da un numero. Resto in linea venti minuti e finalmente parlo con l’addetta. Mi dice che devo rivolgermi a Etihad. Faccio parecchi respiri profondi e non esplodo. Le spiego tutta la trafila che ho fatto. Mi fa un favore e prenota.

Ho sempre detto a tutti gli impiegati Alitalia che incontro che spero che vengano assorbiti da una compagnia straniera. Mi guardano male.



Estote parati


Ho passato una buona parte della mia vita a lavorare per la preparazione agli eventi (preparness). Alla lunga si tende a metabolizzare le cose che si fanno frequentemente. In altre parole si dice che gli umani hanno facilità a diventare "fissati" con quello che fanno. Ma dove è il limite tra il sano e il malsano? Tra l'essere responsabili e l'essere fissati? Noi comunque dobbiamo fare le valige e ci stiamo preparando.
Lo stretto indispensabile per il viaggio è un passaporto valido con visto, una carta di credito e un cambio di biancheria. In verità è un po' poco, anche se qualcuno ne ha fatto una filosofia (http://www.lasfidadelle100cose.it/libro/). E poi noi siamo un po' impigriti, ci piace avere un po' delle nostre cose che ci seguono, a volte in modo ridondante. Ho fatto un elenco delle "cose elettroniche" che intendo portarmi: un computer, due tablets, un e-book reader, tre smartphones, un hard disk, alcune memory sticks, un CD/DVD reader, un mini router, un micro altoparlante, un mouse extra, una batteria di emergenza, caricatori, cavi a gogo, guide in files, applicazioni per l'Indonesia, traduttori, corso di Basa Indonesia, navigatore locale. Lo stretto indispensabile... o forse no? 
Come giudichiamo se è troppo o no? E' facile se ci sono numeri di riferimento, tipo: il bagaglio non deve superare i 23 Kg. Va bene se porto un solo paio di mutande ma tanta elettronica? I processi di giudizio sono molto interessanti. Soprattutto perché ognuno è fermamente convinto di essere nel giusto, e quindi il giudicare è la base di partenza per il "io ho ragione e lui sbaglia". Ma questo ci porterebbe lontano, ai confini della galassia IO che è la madre delle incazzature e del razzismo.
Cercando in google "essere pronti" mi da oltre venti milioni di pagine. Evidentemente è una cosa molto discussa e dibattuta. In fin dei conti Estote Parati è il motto dei boy scouts, e io sono stato lupetto. Ma dentro a questa valigia che ci devo mettere? E poi mica mi ero preparato ad avere tutti e due l'influenza prima di partire.


sabato 3 gennaio 2015

Arritonfa


Si riparte per Bali. Fra due settimane. Ed io ricomincio a scrivere, anche per scongiurare il mio analfabetismo di ritorno.

Siamo sotto feste di natale e il visto non arriva. Non c’è fretta. Il tempo non manca, ma conoscendo un po’ i paesi asiatici è sempre meglio avere tutto con largo anticipo.

I biglietti ci sono. La prima settimana siamo prenotati in albergo in zona centrale di Ubud. Poi cercheremo una sistemazione per i lunghi tempi. Manca la lista delle cose da portare per Giulia e la famiglia. Un po’ come tutti gli emigranti. Il mangiare della propria terra. I sapori delle radici. Quando vivevamo in Africa abbiamo viaggiato tante volte con le latte di olio d’oliva nel bagaglio a mano, facendo finta che fosse leggero. Altri tempi. Non ti pesavano e controllavano tutto. La gente che viaggiava era poca, e tutti chiudevano un occhio o due. Si è viaggiato con 40 chili di sovrappeso senza pagare. Ora paghi anche il chilo in più. Si abitava in posti con i negozi vuoti e il cambio al nero dieci volte il cambio ufficiale. Tutti chiudevano anche il terzo occhio.


Ubud di nuovo. Mi fa piacere. Logisticamente e culturalmente è la miglior scelta. Area hindu e buddista, ricca di cultura e non lontana dall’aeroporto internazionale di Dempasar. Un buon posto per andare e venire da Jakarta. Un buon posto per mangiare sano e tentare una dieta. Un buon posto per passare l'inverno. Voglio cercare di fare qualche corso di cultura balinese. Vediamo se è solo un buon proposito di inizio anno.