Siamo in quattro. Due scooters. Da Ubud a Kuta sono quaranta
chilometri di asfalto che si scalda fino a bollire. Un traffico da incubo con
poche regole ma tanti scappamenti che sputano di tutto. Si sentono a naso gli
odori delle cattive carburazioni, tanto che si potrebbe fare un elenco
"marche-problemi-odori". Si è preparati ad essere fermati dalla
polizia. È una prassi per arrotondare lo stipendio. Una piccola tassa che tu
automobilista e motociclista sei tenuto a versare. Da noi si chiama pizzo e lo
pagano i negozianti a sud di Roma. Come con il pizzo è pericoloso ribellarsi perché non sai
quello che può succedere. Come con il pizzo non si ragiona. Il primo scooter
viene fermato in andata dalla macchina della polizia davanti a noi. Io scappo
in avanti, mi fermo e aspetto. Tentativo a vuoto, finito senza estorsione
finale. Dopo qualche ora grande posto di blocco. Mi metto in corsia di sorpasso mimetizzandomi tra un furgone e lo spartitraffico. Mi vedono. Un poliziotto zigzaga tra le auto in
corsa e mi ferma. Mi sento un animale braccato. Passo indenne facendo finta di non parlare inglese. Gli amici pagano per ripartire. Sono pochi soldi. Un aperitivo in Italia.
Resta il sapore di amaro in bocca per l'ingiustizia, che è lo stesso in tutto il
mondo. E da noi si conosce bene. Specialmente i giovani senza raccomandazione.

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